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VINO
E STORIA
Uno dei protagonisti occulti dell'Antico Testamento è il
vino. Ma la sua presenza frequente non è marcata sempre dallo
stesso registro: scorrendo le pagine con l'occhio rivolto ai tanti
episodi in cui sono coinvolti il vino, la vite e la vigna, ci si
rende conto come presso l'antico popolo ebraico questi elementi,
oggi a noi familiari, fossero considerati, alternativamente, come
simbolo del male, oppure del bene.
Approfondendo la ricerca, si scopre che questo atteggiamento, drastico
tanto nella positività come nella negatività, non
è dettato da motivazioni razionali ma da convenienza squisitamente
politica.
Il vino è "demonio" quando il popolo ebraico è
in guerra, quando è alla ricerca di una nuova terra, quando
soffre della tirannia di un altro popolo e non vede innanzi a sé
altra strada all'infuori di quella dell'emigrazione e della fuga.
Il vino è elemento buono e santificante quando la nazione
è in pace, la terra su cui vive è stata acquisita
stabilmente, gli sforzi di ognuno sono diretti alla costruzione
di piccole e grandi opere di civilizzazione.
Decidere di impiantare un vigneto, allora forse più di oggi,
voleva dire vivere nella certezza della proprietà, sapere
di poter investire con tranquillità i lunghi anni necessari
prima di poter godere del primo raccolto, poter contare su un ambito
sociale favorevole ed amico, capace del più disinteressato
aiuto nel momento delle difficoltà.
Non è casuale che la storia del vino sia parallela ed integrata
a quella delle grandi civiltà e che il suo sbocciare goda
dello scenario incomparabile, allora come oggi, delle terre che
si bagnano nel Mediterraneo.
Dobbiamo alla civiltà greca le prime grandi espressioni di
tecnica enologica, i primi vini così costanti nella loro
qualità da poter diventare, di diritto, protagonisti di opere
immortali, nella poesia, nella pittura, nella scultura. E dobbiamo
ai Greci lo sbarco sulle nostre coste meridionali di una pratica
colturale evoluta, che ha permesso ai vini della Magna Grecia di
diventare famosi ed apprezzati al pari delle opere architettoniche,
intellettuali e sociali che venivano realizzate a Siracusa, Agrigento,
Paestum, Selinunte, Sibari, Metaponto.
I Greci portarono in Italia dapprima i vini, imbastendo lucrosi
commerci, quindi i vitigni, che avevano selezionato diligentemente
durante secoli di pratica agricola, infine le tecniche di coltivazione
e vinificazione, un patrimonio inestimabile su cui si basò,
con pressocché immutata applicazione, gran parte delle fortune
dell'universo vinicolo romano.
L'avvio non fu dirompente, e se le qualità del buon vino
erano apprezzate tanto nel vociare delle taverne come nell'armonia
dei versi più raffinati, per secoli la legge cercò
di limitarne il consumo, vietandolo ai giovani fino all'età
di 21 anni, costringendo lo stesso Romolo ad utilizzare il latte
come bevanda sacrificale, inducendo Numa a vietarne l'aspersione
sul rogo, sottoponendo a pene durissime le donne che vi si fossero
accostate.
Erano le limitazioni di uno Stato che stava lentamente costruendo
la propria civiltà e, con essa, la propria enologia.
I vini, comunque arrivavano, a Roma prima di tutto dalla Magna Grecia,
e buon mercato godevano il Mimertino, che ancora oggi si produce
(in attesa di Doc) in provincia di Messina, ricco di sole e gradazione
alcolica, comparabile, con un salto di oltre venti secoli, al più
asciutto dei White Port; oppure il Pollio, anch'esso tuttora vitale
in provincia di Siracusa, dolce e liquoroso, ricavato da uve moscato
leggermente appassite, ed il Tauromenitanum, dalle coste collinari
di Taormina, oggi perduto.
Il vino più celebrato, però, veniva prodotto pressocché
alle porte di casa, a Mondragone e dintorni, ed il suo nome, Falernum,
avoca ancor oggi le immagini più belle che si possano associare
ad un vino. Cantato da tutti i più grandi poeti della latinità,
vanta citazioni illustri a firma Catullo, Marziale, Plinio e poi,
cammina cammina, addirittura Torquato Tasso e Carducci.
Tanto esperti ed esigenti erano i Romani che distinguevano, nell'ambito
della produzione di questo vino, le zone migliori(i "cru"),
preferendo quello proveniente dai vigneti delle più basse
pendici, e distinguendo, inoltre, tra il Giurano, prodotto sulle
pendici del Monte Gauro, ed il Faustiano. Al Falerno si associavano
il Cecubo, dal colore rubino acceso ed ancora oggi prodotto tra
Fondi, Sperlonga e Gaeta, il Velletrano, assimilabile al contemporaneo
Velletri, ed il Setino di Sezze.
Da terre più lontane (per quei tempi) il Pelino ed il Petruziano,
antenati degli attuali Montepulciano e Cerasuolo d'Abruzzo, e, dal
Veneto, i padri storici del prosecco, il Preciano ed il Reatico.
I commerci di vino, a Roma, si fecero di decennio in decennio così
intensi che lo Stato si sentì in dovere di regolamentarli
in maniera molto dettagliata e di dedicare loro addirittura un intero
mercato specializzato, Horrea Galbae, il più grande di tutti
i mercati della città, esteso su un'area di circa tre ettari.
E di raggruppare tutti coloro che erano coinvolti nel commercio
dei vini in una corporazione, il Corpus vinariorum, considerata
tra le sei più potenti della città.
Se per qualche secolo la punta di diamante dei commerci vinicoli
fu costituita dai vini greci, soprattutto quelli provenienti dalle
isole di Rodi, Cipro, Lesbo e Chio, insidiati, con l'andar del tempo,
da quelli provenienti dalla Spagna, dall'Asia Minore e dai paesi
mediterranei dell'Africa settentrionale, pian piano cominciarono
ad affacciarsi sul mercato romano anche i nuovi vini italiani, figli
di quelle avanguardie che fin dal V secolo a.C. fecero dire a Sofocle
che l'Italia era il paese prediletto da Bacco ed indussero scrittori
e storici a battezzarla Enotria, paese del vino e dei vigneti.
Cercare un filo conduttore razionale alla scoperta dei vini italiani
dall'Impero Romano ai giorni nostri sarebbe impresa sterile e noiosa.
Meglio affidarsi alla lieve e gioiosa guida del verso poetico e
della pagina letteraria, illuminante se quel che cerchiamo è
la testimonianza della indomabile concentrazione di vitalità
che si racchiude in un bicchiere di vino. Così, non può
essere casuale che Virgilio, Plinio, Orazio, Stradone ed Augusto
si siano dilungati a tessere le lodi dei "Retici vini",
provenienti da quella "Rezia" che oggi identifichiamo
razionalmente con la Valtellina, terra tutt'oggi aspra e faticosa
da coltivare ed ancora degna delle lodi dei poeti, in rima e non,
dei nostri giorni.
Da un'altra terra al confine Nord della penisola, la Val d'Aosta,
la testimonianza di un vino che,
grazie alla sua qualità, riuscì a farsi apprezzare
ai banchetti imperiali, il Vien de Nus, rosso rubino che pare abbia
accecato, con i suoi sapori, Ponzio Pilato, di passaggio in queste
zone, al punto da farne un suo promotore accanito nella migliore
società romana.
Incredibilmente, il vino riesce ad allineare, comprimari della stessa
commedia, poeti ed uomini politici, storici e condottieri gloriosi.
Spesso è loro compagno di trionfi, talvolta complice segreto
ed insidioso, come nel caso del Bianco dei Campi Raudi, un vino
dorato prodotto tuttora in provincia di Novara, che nel 101 a.C.
divenne sorprendente alleato di Caio Mario, avendo spinto, con la
sua soavità, alle mollezze del vivere stanziale le tribù
dei Cimbri.
Proprio nella Piana dei Campi Raudi si svolse la cruenta battaglia
che riuscì a fermare la prima invasione barbarica della penisola:
120 mila tra morti e feriti; 60 mila prigionieri, gli storici a
disquisire sul valore dei legionari romani, la tradizione popolare
che identifica l'episodio storico nel nome del vino, unico sopravvissuto
alla battaglia, ancora due millenni dopo.
Se un vino aiutò i Romani a sconfiggere il primo barbaro
invasore, un altro, ahimè!, donò al nemico forza e
vigoria per aver ragione delle legioni e riuscire a mettere a sacco
addirittura Roma. Siamo nel 410 d.C. ed Alarico, re dei Visigoti,
scende dal Veneto con le sue orde. Attraversando il territorio marchigiano
si imbatte nei vini prodotti nei dintorni di Cupramontana e, "nulla
a sé stimando recar sanitade et bellico vigore melio del
Verdicchio", decide di prelevarne la bellezza di 40 some. Quel
che accadde a Roma all'arrivo di Alarico è noto a tutti,
anche se il merito (o la colpa) non fu certo del Verdicchio, più
adatto, per la sua soavità, ad accompagnare pensieri di pace,
di gioia e magari, di battaglie amorose.
Eppure, la favola del vino apportatore di energie guerresche si
propone ricorrentemente in ogni epoca della storia ed avvolge nel
mito anche il più antico dei vini italiani, quel Greco di
Bianco prodotto in pochi e ben definiti vigneti del comune di Bianco
(definiti da oltre duemila anni, al di là di qualunque intervento
della legge), in provincia di Reggio Calabria. Qui la storia vuole
che nel 560 a.C. 10.000 Locresi, rincuorati e rinvigoriti da abbondanti
libagioni di Greco, siano riusciti a sconfiggere l'esercito di Crotone,
composto di ben 130.000 uomini. Nelle sequenze della cruenta battaglia,
quasi a stemperare i troppi meriti attribuiti a quel vino, il mito
spinge nella mischia, al fianco dei Locresi, addirittura Castore
e Polluce, inviati in loro soccorso appositamente da Apollo; ma
noi, da abitanti razionali del xx secolo, abbiamo il dovere di rivelare
che quell'efficace Greco di Bianco, denso, dolce e ricco di mille
sapori e profumi, oggi è ancora lì per tutti quelli
che lo sanno apprezzare, mentre dei Di oscuri si sono perse, da
un pezzo, le tracce.
Se le guerre riempiono la storia, talvolta le storie scatenano aspre
battaglie. È il caso della Naturalis Historia di Plinio,
che qua e là è riuscito a farsi ricordare anche per
le polemiche scatenate tra i posteri più remoti. In un passo
cita il Puernum, vino dell'alto Adriatico che alcuni identificano
oggi nel Prosecco di Trieste, aspramente contrastati da coloro che
lo vogliono padre del Refosco.
Quale dei due fosse (ma l'aver definito la vite del Puernum "omnium
nigerrima"fa propendere per la seconda ipotesi), le cronache
lo tramandano come il vino preferito da Livia, sua moglie, ghiotta
ed avveduta intenditrice che, abile nell'amministrare le sue voglie
gastronomiche, riuscì a campare fino all'età di 86
anni, un vero primato per quei tempi.
Con Livia abbiamo consumato il nostro primo incontro con una donna
vera nel mondo del vino.
Prima era solo un grande svolazzare di vestali, di ancelle, di sacerdotesse,
di comparse piacevoli alla vista ed inutili al contesto, salvo il
suggerimento di trasferirsi, complice l'ebrezza, alla pratica di
tutt'altro genere di piaceri. A quello di Livia faremo seguire il
ricordo di Gallia Placida, imperatrice bizantina che, estasiata
da una tazza di Albana, esclamò "Sei troppo buono o
vino dorato per essere bevuto in rustica coppa.Vorrei berti in oro!",
e l'esclamazione fu sufficiente a far battezzare il paese teatro
dell'episodio "Bertinoro", ancor oggi capitale incontrastata
dell'Albana di Romagna. È una leggenda fragile, facilmente
contestabile (che lingua si parlava, nel V secolo d. C., alla corte
bizantina?) ma che testimonia della vocazione di questo vino degno,
fin dai suoi primordi, della mensa imperiale e, più tardi,
di quella, sempre imperiale ma decisamente meno raffinata, di Federico
Barbarossa, ghiotto al punto da ubriacarcisi quotidianamente.
Le sabbie mobili della classicità potrebbero trattenerci
per pagine e pagine a disquisire di vini e citazioni repubblicane,
imperiali e tardo imperiali, ma prima di operare il deciso balzo
in avanti, che ci permetterà di allargare il ventaglio del
nostro saltabeccare ai cento vini che alterniamo ogni giorno sulle
nostre tavole, è d'obbligo la citazione quasi retorica del
Cirò, anticamente "Cremissa", vino calabro caldo
e generoso, oggi più che mai bandiera indiscussa dei vini
meridionali di qualità.
Tale e tanta era la sua considerazione che ne veniva fatto dono
agli atleti che tornavano vittoriosi dalle Olimpiadi e, a dispetto
dei tanti grandi vini, italiani, francesi e tedeschi, pervenuti
a fama indiscussa nel trascorrere dei secoli, ancora durante le
Olimpiadi di Città del Messico del 1968 ebbe l'onore di occupare,
in esclusiva, le tavole delle mense degli atleti, quasi a sancire
un ideale continuità del valore dell'ideale olimpico di allora
e di oggi.
Due terre, oggi vinicole per eccellenza, appaiono defilate nello
scorrere di questo parallelismo tra la crescita civile, sociale,
artistica ed enologica dei nostri antenati; la Toscana ed il Piemonte.
È vero, Cesare di ritorno dalla Gallia non mancò di
lodare gli ottimi vini de La Morra, oggi capitale del Barolo, ma
per trovare tracce più concrete e vitali bisogna adattarsi
a far balzi di quasi mille anni. Una comoda leggenda cerca di accreditare
al II secolo a.C. le prime tracce del Barbaresco, il Barbaritium
che servì a Caio Aurrunte, ricco mercante di Chiusi, per
convincere i Galli ad un'alleanza che gli permise di vendicare sull'intera
città i suoi dolori di marito tradito. Più credibilmente,
però, possiamo far nostra la vicenda di un manipolo di Saraceni
(detti anche Barbareschi) che intorno al 900 d.C. invasero Alba
ma, traditi dalla bontà del vino che vi trovarono copioso,
caddero tutti prigionieri.
Sono anni, quelli a cavallo del Mille, in cui la produzione vinicola
piemontese, ben sviluppata ed apprezzata ormai da secoli, inizia
a dotarsi di una identità precisa, degna di definizioni più
pregnanti della solita sequela di aggettivi laudatori, propri del
fraseggiare di storici e cronisti.
Editti , bolle e testi di legge cominciano ad occuparsi della produzione
vinicola, la inquadrano in un contesto normativo, salvaguardano
produttori e consumatori. Ma dobbiamo arrivare al 1537 per veder
citato ufficialmente il Barolo in un banchetto tenuto ad Alba in
onore di Carlo V. Sul fronte toscano, la palma dei primi riconoscimenti
ufficiali spetta alla Vernaccia di San Gimignano, che già
alla fine del 200 era protagonista di fiorenti commerci e le sue
esportazioni venivano controllate da funzionari comunali appositamente
assunti per questa mansione. La cita Dante nella Divina Commedia;
il Boccaccio inventa un "fiumicel di vernaccia" nel fantastico
panorama del paese di Bengodi e Santa Caterina da Siena trova modo
di descriverne l'azione miracolosa per la salute di infermi e debilitati.
Poi, di secolo in secolo, è un continuo salire agli onori
delle cronache, dalle citazioni di Sante Lancerio, bottigliere di
papa Paolo II , fino alle mense di Lorenzo il Magnifico, di papa
Leone X e di Ludovico il Moro, che ne volle 200 fiaschi per allietare
le nozze del nipote Gian Galeazzo con la figlia di Alfonso II, re
di Napoli. Per chiudere con l'onore di vedersi riconosciuta, il
6 maggio 1966, prima in Italia, la Denominazione di origine controllata.
Con un secolo di ritardo, rispetto alla Vernaccia, troviamo tracce
del Chianti in documenti dove la parola indica, per la prima volta,
il vino che tutti apprezziamo e non l'area geografica da cui proviene:
covava, è evidente, il suo splendore da qualche secolo, ma
solo in quegli anni esplose nella sua incontrastata supremazia,
oggetto di regolamentazioni ferree, tese a salvaguardare la qualità,
il prezzo, la provenienza da comuni e vigneti minuziosamente catalogati.
Da allora in poi furono successi folgoranti, la penetrazione su
tutti i mercati europei, l'entusiasmo dei regnanti delle corti di
Parigi e di Londra, l'arricchimento dei mercanti di fiaschi impagliati,
seducenti già allo sguardo, prima ancora di assaggiarne il
contenuto.
Se la Vernaccia di San Gimignano gode del primato di essere stata
la prima Doc italiana, l'Est!Est!Est!!di Montefiascone, giunto a
questo riconoscimento con un solo giorno di ritardo (il 7 maggio
1966), si rifà sulla prima grazie al fascino della sua illustre
e certa data di nascita: l'anno 1110. Fino ad allora il vino, prodotto
sulle pendici che salgono dalle rive del lago di Bolsena fino all'abitato
di Montefiascone, era apprezzato in ambito locale, lodato dai viandanti,
presente nei grandi centri più nel ricordo e nei racconti
che per effettiva esistenza di commerci. Ma quell'anno accadde che
l'imperatore Enrico V si spostasse verso Roma alla testa di un potente
esercito, per chiarire alcune controversie con il papa Pasquale
II. Al seguito di questa spedizione si trovava anche un vescovo,
mons. Giovanni Defuk, che, deciso a godere più dei vantaggi
turistici e dionisiaci della spedizione che di quelli politici,
si faceva precedere, in ogni borgo, dal suo coppiere Martino con
il compito di selezionare i vini delle migliori cantine. Giunto
a Montefiascone, Martino non trovò sufficiente scrivere "Est"
vicino alla porta dell'osteria, per indicare la presenza di buon
vino. Il segnale convenuto non faceva giustizia della bontà
di quanto vi aveva degustato e, non avendo concordato altrimenti,
pensò di ripetere tre volte quell'Est!", rafforzandone
l'importanza e la perentorietà. Nacquero quel giorno la fama
e la gloria dell'Est!Est!Est!!, dal momento in cui Defuk assaggiò
il vino e, rapito dalla sua soavità, prolungò la sosta
per ben tre giorni, tornandovi poi al termine della missione imperiale
e restandoci fino alla morte, coronata dalla sepoltura nel locale
tempio di San Flaviano e dall'usanza, perpetuata per qualche secolo,
di rovesciare ogni anno un barile di vino sulla sua lastra sepolcrale.
Quelli di questa terra dovevano certo essere vini capaci di scatenare
grandi entusiasmi se personaggi di chiara fama e grandi responsabilità
se ne innamoravano in maniera così irrazionale. Basta spostarsi
di pochi chilometri, da Montefiascone a Orvieto, per trovare altre
testimonianze di folli passioni. Il Pinturicchio, chiamato nel 1492
ad affrescare la Cattedrale, assaggiato il vino delle osterie locali,
pretese di inserire nel suo contratto la clausola "che gli
si desse di quel vino orvietano tanto quanto ne volesse". Ma
se il pittore poteva essere uno scavezzacollo, che dire di papa
Gregorio XVI che nel suo testamento dispose di lavare il suo corpo
con il vino di Orvieto prima della sepoltura?. Il buon vino, comunque,
ha sempre spinto le intelligenze più fervide almeno alle
piccole trasgressioni, a valutare situazioni, patteggiamenti e convenienze
con un metro diverso da quello scandito dalla fredda moneta corrente.
È il caso dei marchesi di Saluzzo, che nel 1369 sollevarono
da tasse ed obblighi militari gli abitanti di Dogliani, a patto
che fosse pagata un'imposta annuale in natura, misurata, ovviamente;
a barili di buon Dolcetto.
Oppure, trent'anni dopo, del vescovo di Torino, Aimone di Romagnano,
che, anziché denaro, pretese botti di Nebbiolo in pagamento
dell'affitto dei terreni di proprietà della diocesi.
Ogni volta che ci imbattiamo in simili episodi, di un fatto possiamo
esser certi: che il vino usurpatore del ruolo della moneta vantava
una superiorità qualitativa abissale nei confronti di quelli
prodotti nelle zone limitrofe. Solo grazie a questo salto di qualità
riusciva ad entrare nel cuore e nelle aspettative dell'uomo potente
e ad indurlo a conferirgli un valore superiore a quello di qualunque
somma in denaro.
E la storia dei vini italiani è un susseguirsi continuo di
intrecci fecondi tra abilità contadina, esaltazione letteraria
e salvaguardia legislativa. I vini finora citati hanno goduto di
un lampo vitale che li ha fatti uscire dal mucchio e li ha imposti,
ammantati di un fascino nuovo agli occhi di tutti. Ma non c'è
vino di qualità che nel suo passato, almeno una volta, non
sia stato citato, fosse anche da un letterato di fama dimessa, come
vino degno delle mense dei "signori", oppure dei "nobili",
o dei "potenti".
In secoli più recenti, la gloria di un vino è legata
maggiormente alle risposte del mercato ed il verso del poeta assume
il ruolo di un suggello autorevole alla qualità già
accreditatasi per vie mercantili. È il caso del marsala,
cui poco giovò l'innamoramento di Rubens, sceso in Italia
per studiare l'arte di Tiziano e Caravaggio e tornato in patria
con gli occhi pieni della nostra arte ed il bagaglio appesantito
da una abbondante scorta di vino siciliano. Deve trascorrere più
di un secolo e devono scendere in Sicilia due uomini d'affari inglesi,
John e William Woodhouse, per far esplodere la fama del Marsala
in tutta Europa. Poi Garibaldi brinderà con quel vino al
successo della spedizione dei Mille, alzando i calici insieme ad
Alessandro Dumas, che ne resterà rapito; ma il successo,
irreversibile, è già stabilmente siglato dalla indiscussa
qualità del vino e dalla strada tracciata dai mercanti inglesi.
Così come nelle Cinque Terre, non c'è verso o citazione
letteraria che possa esprimere l'emozione profonda che dona la vista
di quelle vigne inerpicate, ai limiti del praticabile, per coste
scoscese che, in pochi metri, si trasformano da scogliera in montagna,
evocando il concetto di collina solo per assenza recidiva. Boccaccio
e Petrarca dedicarono a questo vino versi e citazioni, Plinio lo
definì "vino lunare", Carducci lo descrisse come
"l'essenza di tutte le ebrezze dionisiache", Pascoli ne
invocò l'invio di poche bottiglie"in nome della letteratura
italiana", D'Annunzio, maestro consumato di piaceri terreni,
ne ostentò la profonda sensualità. Eppure, le vie
del mondo non sono di questo vino, nessuna parola ben declamata
è buono, per imporlo sui mercati forestieri: bisogna salire
le dure coste dei vigneti, sudare sotto il sole che abbaglia, moltiplicato
dai riflessi marini, scrutare una ad una le rughe profonde dei vignaioli
perennemente appesi tra cielo e mare. Solo così ci invade
una voglia irrefrenabile di berlo, uguale, oggi, a cento e mille
anni fa. In una terra così ricca di storia, e di storia enologica,
può succedere anche che il divo del momento possa insinuare
le sue radici ovunque, tranne che nel comodo giardino della tradizione,
del passato, della millenaria esperienza.
Francesco Redi, nel suo Bacco in Toscana, cantò le glorie
di tanti vini illustri, incluso il fascinoso Moscadelletto di Montalcino,
dolce, biondo e spumeggiante. Ed ecco che, nello stesso luogo, quasi
alle soglie del Novecento, frutto della straordinaria sinergia tra
meandri mentali e capacità di "fare" di un solo
uomo, Ferruccio Biondi Santi, nasce, per contrappasso, un vino rosso
corposo di straordinaria energia, capace di migliorarsi al di là
delle soglie temporali che creano, negli altri, le condizioni della
vecchiaia e dell'inevitabile decadimento. Il Brunello di Montalcino
nasce nella terra che sembra dovere tutto alla natura, alla spontaneità,
alla benevolenza del clima, alle consumate tradizioni enologiche
dei vignaioli. Nasce come trasgressione, come paradosso, come "dispetto"
alla retorica di una terra che "sa", da quasi tremila
anni, come si fa e come si deve fare il vino. È la sfida
del futuro in una terra costruita di passato. Ed è una sfida
vinta in tempo in tempi folgoranti: è bastato meno di un
secolo per creare il mito del Brunello in tutto il mondo, senza
le testimonianze degli storici, i versi degli immortali, le smodatezze
dei potenti. Solo questo è sufficiente a dare grande sicurezza
ai viticoltori italiani di oggi: la forza di un passato inimitabile
alle spalle e la coscienza di poter avanzare verso il futuro, senza
che questo bagaglio di esperienze possa trasformarsi in un pesante
fardello.
Tratto
da: Stefano Milioni, Vino e storia, in "Assise internazionali
della vite e del vino", Marketing Service, 1987. |